Gulliver

Testo Gulliver:

Nelle lunghe ore d’inattività e di ieri

che solo certa età può regalare

Lemuele Gulliver tornava coi pensieri

ai tempi in cui correva per il mare

e sorridendo come sa sorridere soltanto

chi non ha più paura del domani

parlava coi nipoti che ascoltavano l’incanto

di spiagge e odori, di giganti e nani

scienziati ed equipaggi e di cavalli saggi

riempiendo il cielo inglese di miraggi.

Ma se i desideri sono solo nostalgia

o malinconia d’innumeri altre vite,

nei vecchi amici che incontrava per la via

in quelle loro anime smarrite

sentiva la balbuzie intellettuale e l’afasia

di chi gli domandava per capire.

Ma confondendo i viaggi con la loro parodia

i sogni con l’azione del partire

di tutte le sue vite vagabondate al sole

restavan vuoti gusci di parole.

Poi dopo, ripensando a quell’incedere incalzante

dei viaggi persi nella sua memoria

intuiva con la mente disattenta del gigante

il senso grossolano della storia

e nelle precisioni antiche del progetto umano

o nel mondo suo illusorio e limitato

sentiva la crudele solitudine del nano

nell’universo quasi esagerato

due facce di medaglia che gli urlavano in mente

“Da tempo e mare non s’impara niente.”

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E un giorno…

Testo E un giorno…:

E un giorno ti svegli stupita e di colpo ti accorgi

che non sono più quei fantastici giorni all’asilo

di giochi, di amici e se ti guardi attorno non scorgi

le cose consuete, ma un vago e indistinto profilo

 

E un giorno cammini per strada e ad un tratto comprendi

che non sei la stessa che andava al mattino alla scuola

che il mondo là fuori t’aspetta e tu quasi ti arrendi

capendo che a battito a battito è l’età che s’invola

 

E tuo padre ti sembra più vecchio e ogni giorno si fa più lontano

non racconta più favole e ormai non ti prende per mano

sembra che non capisca i tuoi sogni sempre tesi fra realtà e sperare

e sospesi fra voglie alternate di andare e restare

 

E un giorno ripensi alla casa e non è più la stessa

in cui lento il tempo sciupavi quand’eri bambina

in cui ogni oggetto era un simbolo ed una promessa

di cose incredibili e di caffellatte in cucina

 

E la stanza coi poster sul muro ed i dischi graffiati

persi in mezzo ai tuoi libri e a regali che neanche ricordi

sembra quasi il racconto di tanti momenti passati

come il piano studiato e lasciato anni fa su due accordi

 

E tuo padre ti sembra annoiato e ogni volta si fa più distratto

non inventa più giochi e con te sta perdendo il contatto

E tua madre lontana e presente sui tuoi sogni ha da fare e da dire

ma può darsi non riesca a sapere che sogni gestire

che sogni gestire

 

Poi un giorno in un libro o in un bar si farà tutto chiaro

capirai che altra gente si è fatta le stesse domande

che non c’è solo il dolce ad attenderti, ma molto d’amaro

e non è senza un prezzo salato diventare grande

 

I tuoi dischi, i tuoi poster saranno per sempre scordati

lascerai sorridendo svanire i tuoi miti felici

come oggetti di bimba, lontani ed impolverati

troverai nuove strade, altri scopi ed avrai nuovi amici

 

Sentirai che tuo padre ti è uguale, lo vedrai un po’ folle un po’ saggio

nello spendere sempre ugualmente paura e coraggio

la paura e il coraggio di vivere come un peso che ognuno ha portato

la paura e il coraggio di dire: “io ho sempre tentato”

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Fantoni Cesira

Testo Fantoni Cesira:

Si chiamava Fantoni Cesira

era la figlia d’un alcolizzato

che non aveva mai in tasca una lira

e per il vino avea tutto lasciato

lavoro e casa, figlia e consorte

che non potendo scordar col bere

perché era astemia la sua antica sorte

si tirò un colpo nel ’53.

 

Povera giovane rimasta orfana

mentre suo padre si ubriacava

trovò lavoro in una fabbrica

e sul lavoro ogni tanto sognava

sognava panfili, pellicce ed abiti

non più la fabbrica ville e piscine

la dolce vita, il bel mondo e i principi

come le dive che vedeva al cine.

 

Ma quel bel sogno sarebbe rimasto

soltanto un sogno mai realizzato

quando in paese il giorno del santo

un gran veglione fu organizzato

ci furon musiche, canti e allegria

danze e coriandoli, spumante e suoni

poi a mezzanotte una scelta giuria

fece “miss tette” Cesira Fantoni

 

Le circondarono il petto e le spalle

con nastri e fasce di seta scarlatte

su cui era scritto con lettere d’oro

“evviva sempre le mucche da latte”

le regalarono trenta garofani

un “necessaire” similoro da viaggio

quattro biglietti con sconto per cinema

cinque flaconi di shampoo in omaggio.

 

La sera stessa a Fantoni Cesira

si presentò assai distinto un signore

disse: “Permette? Il suo viso mi attira

voglia scusarmi sono un produttore

se lei permette io l’accompagno

a far del cine, c’è un gran guadagno”

ma quella sera non certo del cine

il produttore s’interessò.

 

La brava giovane per far del cinema

consentì a perdere la castità

ma non per questo si perse d’animo

le rimaneva Cinecittà

lasciò il moroso, piantò il lavoro

comperò un “topless” per mostrare il seno

fece mandare suo padre in ricovero

e arrivò a Roma con il primo treno.

 

Cento anticamere fece Cesira

e visitò una decina di letti

un onorevole che la manteneva

le fece fare un romanzo a fumetti

ebbe da amanti tre o quattro negri

due segretari, tre cardinali

si spogliò nuda a fontana di Trevi

e qualche sera batteva sui viali.

 

La brava giovane campava bene

ma ormai sentiva il richiamo dell’arte

qualunque cosa lei avrebbe donato

sol per avere in un film una parte

se ne andò a letto con tre produttori

studiò dizione, bel canto, regia

mimica, scenica, recitazione

e apparve nuda in un film di Golia.

 

Si è sistemata Fantoni Cesira

fra letto e seno guadagna milioni

ha cominciato a studiar da signora

e si fa chiamare Cesy Phantoni (col ph)

si è messa stabile ed è l’amante

di un produttore molto influente

tre o quattro film le produrrà

e un “premio Strega” glielo scriverà.

 

Lui è già sposato ma che cosa importano

certe sciocchezze se si hanno i quattrini

presto nel Messico si sposeranno

potranno fare tanti bambini.

E la morale di questa storia

al giorno d’oggi non è tanto strana

per aver soldi, la fama e la gloria

bisogna essere un poco puttana.

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Farewell

Testo Farewell:

E sorridevi, e sapevi sorridere

coi tuoi vent’anni portati così

come si porta un maglione sformato su un paio di jeans

come si sente la voglia di vivere

che scoppia un giorno e non spieghi il perché

un pensiero cullato o un amore che è nato e non sai che cos’è.

Giorni lunghi tra ieri e domani, giorni strani

giorni a chiedersi tutto cos’era, vedersi ogni sera

ogni sera passare su a prenderti

con quel mio buffo montone orientale

ogni sera là, a passo di danza, salire le scale

e sentire i tuoi passi che arrivano

il ticchettare del tuo buonumore

quando aprivi la porta il sorriso ogni volta mi entrava nel cuore.

Poi giù al bar dove ci si ritrova, nostra alcova

era tanto potere parlarci, giocare a guardarci

fra gli amici che ridono e suonano

attorno ai tavoli pieni di vino

religione del tirare tardi e aspettare mattino

e una notte lasciasti portarti via

solo la nebbia e noi due in sentinella

la città addormentata non era mai stata così tanto bella.

Era facile vivere allora, ogni ora

chitarre e lampi di storie fugaci, di amori rapaci

e ogni notte inventarsi una fantasia

da bravi figli dell’epoca nuova

ogni notte sembravi chiamare la vita a una prova.

Ma stupiti e felici scoprimmo che

era nato qualcosa più in fondo,

ci sembrava di avere trovato la chiave segreta del mondo.

Non fu facile volersi bene, restare assieme

o pensare d’avere un domani, restare lontani

tutti e due a immaginarsi: “Con chi sarà?”

In ogni cosa un pensiero costante

un ricordo lucente e durissimo, come il diamante

e a ogni passo lasciare portarci via

da un’emozione non piena, non colta

rivedersi era come rinascere ancora una volta.

Ma ogni storia ha la stessa illusione, sua conclusione

e il peccato fu creder speciale una storia normale.

Ora il tempo ci usura e ci stritola

in ogni giorno che passa correndo

sembra quasi che ironico scruti e ci guardi irridendo.

E davvero non siamo più quegli eroi

pronti assieme ad affrontare ogni impresa

siamo come due foglie aggrappate ad un ramo in attesa.

Farewell, non pensarci e perdonami

se ti ho portato via un poco d’estate

con qualcosa di fragile come le storie passate.

Forse un tempo poteva commuoverti

ma ora è inutile, credo, perché

ogni volta che piangi e che ridi non piangi e non ridi con me.

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Giorno d’estate

Testo Giorno d’estate:

Giorno d’estate, giorno fatto di sole

vuote di gente son le strade in città

appese in aria e contro i muri parole

ma chi le ha dette per che cosa chissà.

 

I manifesti sono visi di carta

che non dicono nulla e che nessuno più guarda

colori accesi dentro i vicoli scuri

sembrano un urlo quelle carte sui muri.

 

Giorno d’estate, giorno fatto di vuoto

giorno di luce che non si spegnerà

sembra d’andare in un paese remoto

chissà se in fondo c’è la felicità.

 

Un gatto pigro che si stira sul muro

sola cosa che vive, brilla al sole d’estate

si alza nell’aria come un suono d’incenso

l’odore di tiglio delle strade alberate.

 

Giorno d’estate, giorno fatto di niente

grappoli d’ozio danzan piano con me

Il sole è un sogno d’oro ma evanescente

guardi un istante e non sai quasi se c’è.

 

Dentro ai canali l’erba grassa si specchia

cerchi d’ombra e di fumo sono voci lontane

nell’acqua il sole con un quieto barbaglio

brucia uno stanco gracidare di rane.

 

Giorno d’estate senza un solo pensiero

giorno in cui credi di non essere vivo

gioco visivo che non credi sia vero

che può svanire svelto come un sorriso.

 

Vola veloce ed iridato un uccello

come un raggio di luce da un cristallo distorto

vola un moscone e scopre dietro un cancello

la religiosa sonnolenza d’un orto.

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Gli amici

Testo Gli amici:

I miei amici veri, purtroppo o per fortuna

non sono vagabondi o abbaia luna

per fortuna o purtroppo ci tengono alla faccia

quasi nessuno batte o fa il magnaccia.

Non son razza padrona, non sono gente arcigna

siamo volgari come la gramigna

non so se è pregio o colpa esser fatti così

c’è gente che è di casa in serie B.

Contandoli uno a uno non son certo parecchi

son come i denti in bocca a certi vecchi

ma proprio perché pochi son buoni fino in fondo

e sempre pronti a masticare il mondo.

Non siam razza d’artista, né maschere da gogna

e chi fa il giornalista si vergogna

non che il fatto c’importi, chi non ha in qualche posto

un peccato o un cadavere nascosto?

Non cerchiamo la gloria ma la nostra ambizione

è invecchiar bene, anzi direi benone!

Per quello che ci basta non c’è da andar lontano

e abbiamo fisso in testa un nostro piano

se e quando moriremo, ma la cosa è insicura

avremo un paradiso su misura

in tutto somigliante al solito locale

ma il bere non si paga e non fa male.

E ci andremo di forza, senza pagare il fio

di coniugare troppo spesso in Dio

non voglio mescolarmi in guai o problemi altrui

ma a questo mondo ci ha schiaffato Lui.

E quindi ci sopporti, ci lasci ai nostri giochi

cosa che a questo mondo han fatto in pochi.

Voglio veder chi sceglie con tanti pretendenti

tra santi tristi e noi più divertenti

veder chi è assunto in cielo pur con mille ragioni

fra noi e la massa dei rompi coglioni.

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Gli artisti

Testo Gli artisti:

Gli artisti non nascono artisti, non sembrano strani animali

ma nascono un po’ come tutti, come individui normali.

 

Hanno lacrime e riso, hanno due occhi e due mani,

hanno stampata sul viso l’impronta di esseri umani.

 

Poi, appena un po’ cresciuti, li avvolge una strana espressione

e appare sui volti convinti la stigmate della vocazione.

 

Non sperano di fare il pompiere, l’astronauta o il ciclista,

non vogliono un comune mestiere ma vogliono essere artista.

 

Non sono più alti o più belli ma indossano panni curiosi,

son quelli che lancian coltelli sognando di esser famosi.

 

C’è quello che annaspa e si pigia da abile contorsionista,

chiudendosi in una valigia con un costume d’artista.

 

E girano il mondo dei circhi, vagando di quà e di là,

paghi d’applausi sol quando si inchinano e gridan “Voilà”!

 

E amano donne fedeli, che aspettano nel carrozzone,

rattoppano una calzamaglia e adorano il loro campione.

 

Ci sono il cantante e l’attore, il poeta, lo stilista,

spesso son geni incompresi ma sempre si sentono artista.

 

Ah come invidio gli artisti che vivono nell’utopia!

Perché anche una vita infelice si illumina con la fantasia.

 

Io semplice essere umano, costretto a costretti ideali,

sono solo un umìle artigiano e volo con piccole ali.

 

Fabbrico sedie e canzoni, erbaggi amari, cicoria,

o un grappolo di illusioni che svaniscono dalla memoria, e non restano nella memoria.

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Cencio

Testo Cencio:

Ci sarà forse ancora, appesa in qualche angolo

o a macchiare di ricordi un muro dell’Associazione Bocciofila Modenese

fra mucchi di coppe e trofei, vinti in tornei ogni volta “del secolo”

glorie oscure di eroi dell’a-punto, del volo, delle bocciate secche e tese

quella foto sul pallaio, presa una sera di quasi estate

con me e Cencio vicini, fintamente assorti a guardare il punto

perché l’umorismo popolare volle immortalare assieme me, il Gigante

e Cencio il Nano, viso già d’uomo serio, compreso, quasi compunto.

Non so come sia capitato in mezzo a noi

confuso branco adolescente di un periodo oscuro

di amori e di domande che gonfiavano

la testa e i fianchi a ondate sofferte ma cercate e poi

quei raspare fra sottovesti in nailon, rubando al buio quel po’ di rubabile

scoprire e esser scoperti, coraggiosi ed incerti

e dopo in branco raccontarsi e tutti a turno ad ascoltarsi ma lui.

Eh, lui non aveva un amore da dire, no, lui non aveva una storia

solo crearsi avventure di cosce e di seni che poi ci sparava a brutto muso

e noi lì ad ascoltarlo sorridendo, senza razzismo né boria

ma senza capire ciò che voleva essere anche lui

solo un normale adolescente ottuso.

Eppure usava lo stesso barbaro gergo e gli stessi jeans consumati

e amava gli stessi film di bossoli e marines lungo i mari giapponesi

parlava di rock e fumetti, e non perdeva i cartoni animati

e come noi guardava esplodere il mondo

con gli stessi occhi attenti, spauriti, sorpresi.

Ma cosa pensava lontano da noi, cosa sognava quand’era da solo?

Con le stesse voglie e con gli stessi eroi

ma ali più piccole per lo stesso volo.

Forse sognava anche troppo e davvero

certo in quel branco si sentiva perso.

Dove scappare per sentirsi vero, dove fuggire per non essere diverso?

E sognò il circo, realtà capovolta, mondo di uguali perché tutti strani

la nostra solita realtà stravolta, quello Eden senza giganti o nani.

“Cencio è scappato via, ma l’han già beccato!”

Dopo due giorni era già ritornato.

Ma il tempo più ottuso di noi incalza per tutti

sia per i giganti che i nani.

Chi immaginava allora che ognuno sarebbe finito in un proprio circo personale?

Vincenti o perdenti non importa, ma quasi mai secondo i propri piani

con la faccia tinta, sul trapezio, fra i leoni, solo attenti a non farsi troppo

male.

Qualcuno m’ha detto che vivi in provincia, con una ballerina bulgara o rumena

chissà se hai poi trovato di dentro la tua vera altezza?

Addio amico venuto dal passato per un momento appena

addio giorni andati in un soffio, amici mai più incontrati.

Ciao giovinezza.

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Certo Non Sai

Testo Certo Non Sai:

Certo non sai quanto sei dolce e bela quando dormi

coi tuoi capelli sparsi e abbandonati sul cuscino

neri e lucenti, come degli stormi

di corvi in volo chiaro del mattino.

Certo non so che cosa puoi sognare quando sogni

e appare solo appena un lieve affanno nel respiro

che ti esce piano e si mescola coi suoni

di questa notte che si consuma in giro.

E sulla tua fronte gocce di sudore;

io vorrei asciugarle, io vorrei parlarti,

dirti cose vane ma c’è in me il timore

di spezzarti il sonno, forse di svegliarti.

Forse non sai quando sia felice nel vederti

addormentata e persa accanto a me, stesa vicino;

quanto sia bello il gioco dell’averti

in sogno verso chissà quale destino.

 

Certo non sai quanto mi commuovi quando dici

parole strane e quasi senza senso a mezza voce,

forse ricordi di attimi felici

persi in un atomo onirico veloce.

Certo non so con cosa o chi sorride quel sorriso;

dicon con gli angeli ma il nostro cielo è quello umano,

un lampo breve che dà luce al viso

accarezzato da questa mia mano.

Questa breve notte lenta si frantuma

ed il nuovo giorno piano sta arrivando,

già sull’est albeggia, non c’è più la luna;

sveglia ti alzi e chiedi: “Cosa stai guardando?”

Forse non sai quando di sonno e di notte sei bagnata

quanto ti ami e quanto siano vuote le parole;

chiedo: “Che sogni ti hanno accompagnata?”

e fuori il giorno esplode al nuovo sole

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Cirano

Testo Cirano:

Venite pure avanti, voi con il naso corto

signori imbellettati, io più non vi sopporto

Infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio

perché con questa spada vi uccido quando voglio.

 

Venite pure avanti poeti sgangherati

inutili cantanti di giorni sciagurati

buffoni che campate di versi senza forza

avrete soldi e gloria ma non avete scorza

Godetevi il successo, godete finché dura

ché il pubblico è ammaestrato e non vi fa paura

e andate chissà dove per non pagar le tasse

col ghigno e l’ignoranza dei primi della classe

Io sono solo un povero cadetto di Guascogna

però non la sopporto la gente che non sogna.

Gli orpelli? L’arrivismo? All’amo non abbocco

e al fin della licenza io non perdono e tocco.

 

Facciamola finita, venite tutti avanti

nuovi protagonisti, politici rampanti

venite portaborse, ruffiani e mezze calze

feroci conduttori di trasmissioni false

che avete spesso fatto del qualunquismo un arte

coraggio liberisti, buttate giù le carte

tanto ci sarà sempre chi pagherà le spese

in questo benedetto assurdo bel Paese.

Non me ne frega niente se anch’io sono sbagliato

spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato

coi furbi e i prepotenti da sempre mi balocco

e al fin della licenza io non perdono e tocco.

 

Ma quando sono solo con questo naso al piede

che almeno di mezz’ora da sempre mi precede

si spegne la mia rabbia e ricordo con dolore

che a me è quasi proibito il sogno di un amore

non so quante ne ho amate, non so quante ne ho avute

per colpa o per destino le donne le ho perdute

e quando sento il peso d’essere sempre solo

mi chiudo in casa e scrivo e scrivendo mi consolo

ma dentro di me sento che il grande amore esiste

amo senza peccato, amo ma sono triste

perché Rossana è bella, siamo così diversi

a parlarle non riesco, le parlerò coi versi.

 

Venite gente vuota, facciamola finita

voi preti che vendete a tutti un’altra vita

se c’è come voi dite un Dio nell’infinito

guardatevi nel cuore, l’avete già tradito

e voi materialisti, col vostro chiodo fisso

che Dio è morto e l’uomo è solo in questo abisso

le verità cercate per terra, da maiali

tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali

tornate a casa nani, levatevi davanti

per la mia rabbia enorme mi servono giganti.

Ai dogmi e ai pregiudizi da sempre non abbocco

e al fin della licenza io non perdono e tocco.

 

Io tocco i miei nemici col naso e con la spada

ma in questa vita oggi non trovo più la strada

non voglio rassegnarmi ad essere cattivo

tu sola puoi salvarmi, tu sola e te lo scrivo;

dev’esserci, lo sento, in terra o in cielo un posto

dove non soffriremo e tutto sarà giusto.

Non ridere, ti prego, di queste mie parole

io sono solo un’ombra e tu, Rossana, il sole

ma tu, lo so, non ridi, dolcissima signora

ed io non mi nascondo sotto la tua dimora

perché ormai lo sento, non ho sofferto invano

se mi ami come sono, per sempre tuo Cirano.

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