Ballando con una sconosciuta

Testo Ballando con una sconosciuta:

Con gesti da gatto infilava sui tetti le antenne

in alto d’estate sui grattacieli della periferie

come un angelo libero, in bilico sulla città.

“Non c’è solo il vento, – diceva – anche la luce può portarti via

se hai tempo da perdere e dentro la giusta elettricità

e se da sempre ti aspetti un miracolo.”

Captare è un mestiere difficile in questa città

nel cielo ricevere, trasmettere e poi immaginarsi qualunque cosa

per ferire il silenzio che tutti hanno dentro di sé.

Ma lui credeva nelle ferite e si sfiorava

si toccava nel cuore con la mano nervosa

guardando le nuvole correre via impazienti da lì

da quel tetto sospeso sugli uomini.

Finché un giorno un’antenna ribelle ai programmi di quiz

fece sparire le strisce e nel cielo trasmise l’immagine della madonna

una donna normale, non male, che disse così

“Io spengo la luce, se vuole io posso fare una musica più forte del vento

posso anche uscire dal monitor, dalla gravità, potremmo ballare anche subito

se lei non ha fretta e non vuole tornare laggiù.”

E noi siamo sempre veloci a cambiare canale

ma coi piedi piantati per terra, guardando la vita con aria distratta

senza entrare nel campo magnetico della felicità

felicità che sappiamo soltanto guardare, aspettare, cercare già fatta

quasi fosse anagramma perfetto di facilità, barando su un’unica lettera.

Conoscevo quell’uomo e per questo racconto di lui.

È sparito da allora e nessuno ha scoperto dov’è

ma un dubbio, un sospetto od un sogno io almeno ce l’ho

provate a passare in una sera d’estate vicino ai grattacieli di periferia

provate a sentire, captare, trasmettere e poi raccontare qualcosa

se allora sentite una musica son loro che ballano in bilico sulla città.

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Bisanzio

Testo Bisanzio:

Anche questa sera la luna è sorta affogata in un colore troppo

rosso e vago.

Vespero non si vede, si è offuscata la punta dello stilo si è spezzata.

Che oroscopo sai trarre questa sera, Mago?

Io, Filemazio, protomedico matematico astronomo, forse saggio.

Ridotto come un cieco a brancicare attorno, non ho la conoscenza,

od il coraggio per fare quest’oroscopo, per divinar responso,

e resto qui a aspettare che ritorni giorno e devo dire, devo dire

che sono forse troppo vecchio per capire,

che ho perso la mia mente in chissà quale abuso, od ozio,

ma stan mutando gli astri nelle notti d’equinozio.

O forse io, forse io, ho sottovalutato questo nuovo dio,

ma vedo in me e nei segni che qualcosa sta cambiando,

ma è un debole presagio che non dice come e quando.

Me ne andavo l’altra sera quasi inconsciamente

giù al porto Bosphoreion, là dove si perde

la terra dentro al mare fino quasi al niente

e poi ritorna terra e non è più occidente.

Che importa a questo mare essere azzurro o verde?

Sentivo i canti osceni degli avvinazzati,

di gente dallo sguardo pitturato e vuoto,

ippodromo, bordello, e nordici soldati…

Romani e Greci urlate, dove siete andati?

Sentivo bestemmiare in Alamanno e in Goto…

Città assurda, città strana, di quest’imperatore sposo di puttana,

di plebi smisurate, labirinti ed empietà

di barbari che forse sanno già la verità.

Di filosofi, e di etere, sospesa tra due mondi, e tra due ere.

Fortuna e età han deciso per un giorno non lontano,

poi il fato chiederebbe che scegliesse la mia mano, ma…

Bisanzio è forse solo un simbolo insondabile, segreto e ambiguo, come questa

vita.

Bisanzio è un mito che non mi è consueto, Bisanzio è un sogno che si fa

incompleto.

Bisanzio forse non è mai esistita, e ancora ignoro, e un’altra notte è andata.

 

Lucifero è già sorta, e si alza un po’ di vento, c’è freddo sulla torre, o è

l’età mia malata,

confondo vita e morte, non so chi è passata, mi copro col mantello il capo e più

non sento,

e mi addormento, mi addormento, mi addormento.

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Black-out

Testo Black-out:

La luce è andata ancora via, ma la stufa è accesa, e così sia.

 

A casa mia tu dormirai, ma quali sogni sognerai,

con questa luna che spcherà in due le mie risate e le ombre tue

i miei cavalli ed i miei fanti, il tuo esse sordo ed i tuoi canti

tutti i ghiaccioli appesi ai fili, tutti i miei giochi e i tuoi monili

i campanili, i pazzi, i santi e l’allegria.

E non andrà il televisore; cosa faremo in queste ore?

Rumore attorno non si sente, giochiamo a immaginar la gente

corriamo a fare gli incubi indiscreti, curiosi d’ozi e di segreti

di quei problemi quotidiani che a notte il sonno fa lontani,

o che nel sogno sopra a un viso, diventan urlo od un sorriso,

il paradiso, inferno, mani, l’odio e amore.

Avessi sette vite a mano, in ogni casa entrerei piano

e mi farei fratello o amante, marito, figlio, re o brigante

o mendicante o giocatore, poeta, fabbro, papa, agricoltore.

Ma ho questa vita e il mio destino, e ora cavalco l’Appennino

e grido al buio più profondo la voglia che ho di stare al mondo

in fondo è proprio un gran bel gioco a far l’amore tanto e non bere poco.

E questo buio, che sollievo, ci dona un altro medio evo

io levo dall’oscurità tutta la nostra civiltà

velocità di macchine a motore, follia di folla e di rumore

e metto ritmi più lontani, di bestie, legni e suoni umani,

odore d’olio e di candele, fruscio di canapi e di vele,

il miele il latte i pani e il vino vero.

Ma chissà poi se erano quelli davvero tempi tanto belli

o caroselli che giriamo per l’incertezza che culliamo

in questa giostra di figure e suoni, di luci e schermi da illusioni,

di baracconi in bene o in male, di eterne fughe dal reale

che basta un po’ d’oscurità per darci la serenità,

semplicità, sapore sale e ritornelli.

Non voglio tante vite a mano, mi basta questa che viviamo,

comuni giorni intensi o pigri, gli specchi ambigui dei miei libri,

le tigri della fantasia, tristezze ed ottimismo ed ironia.

Ma quante chiacchiere stavolta, che confusione a ruota sciolta,

lo so ch’è un pezzo che parliamo ma è tanto bello non dormiamo

bevi ancora un po’ di vino che tanto tra due sorsi è già mattino.

Su sveglia, e guardati d’attorno, sta già arrivando il nuovo giorno

lo storno e il merlo son già in giro non vorrai fare come il ghiro

non c’è blackout e tutto è ormai finito, il vecchio frigo è ripartito

con i suoi toni rochi e tristi scatarra versi futuristi

siam svegli ormai da allora ma qualche cosa manca ancora

finiamo in gloria amore mioe dopo, a giorno fatto dormo anch’io.

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Antenòr

Testo Antenòr:

Si chiamava Antenòr e niente

si chiamava Antenòr e basta

perché per certa gente

non importa grado o casta

importa come vivi

ma forse neanche quello

importa se sai usare bene

il laccio od il coltello.

Antenòr uscì di casa

uscì di casa quella sera

garrivano i suoi pensieri

come fossero bandiera

ma gli occhi erano fessura

e il viso tirato a brutto

come all’età in cui credi

d’aver fatto quasi tutto.

Un cavallo nitrì, ma quando?

Una donna rise, ma dove?

La luna uno scudo bianco

un carro le stanghe in alto

chitarra, ozio, parole

chitarra, ozio, parole

la pampa un ricordo stanco

un mare quell’erba nera

può darsi fosse romantico

ma lui non lo sapeva.

Quella donna rideva ad ore

quella luna solo uno sputo

e per quel cavallo

non avrebbe speso anche un minuto.

è difficile far rumore

sulle cose che ci hai ogni giorno:

le tue braghe, il tuo sudore

e l’odore che porti attorno.

La cantina era quasi vuota

scarsa d’uomini e d’allegria

se straniero l’avresti detta

quasi piena di nostalgia

nostalgia ma di che cosa

d’un oceano mai guardato

d’una Europa mai sentita

d’un linguaggio mai parlato?

Antenòr chiese da bere

e scambiò qualche saluto

calmo e serio danzò

tutto il rituale ormai saputo

uomo e uguale coi suoi pari

quasi pari con gli anziani

come breve quella sera

come lunghi i suoi domani.

Proprio allora qualcuno entrando

nella luce da dentro al buio

lo insultò appena sussurrando

ma sembrava che stesse urlando

come per uno schiaffo

come per uno sputo

Antenòr lo guardò sorpreso

lo studiò e non lo conosceva

e il motivo restò sospeso

fra la gente ferma in attesa

e lui non lo sapeva

e lui non lo sapeva.

Poi sentì di una donna il nome

già scordato o non conosciuto

quante volte per altri è vita

quello che per noi è un minuto

guardò gli uomini per cercare

occhi, dialogo, spiegazione

ma se non trovò condanne

non trovò un’assoluzione.

Antenòr uscì di fuori

bilanciando il suo coltello

per danzare malvolentieri

passi e ritmi del duello

una donna non ricordata

ed un uomo mai visto prima

lo legavano tra loro

come versi con la rima.

Fintò basso e scartò di lato

quanti sguardi sentì sul viso

si sentì migliore e stanco

si sentì come un sorriso.

Che serata tutta al contrario

proprio niente da ricordare,

puntò il ferro contro il viso

vide il sangue zampillare.

Tutto quanto era stato un lampo

Antenòr respirava forte

fece il gesto di offrir la mano

guardò l’altro e capì pian piano

che tutto era stato invano

che l’altro cercava morte

e capì che doveva farlo

farlo in fretta perché non c’era

un motivo per ammazzarlo.

L’altro cadde e non rispondeva,

e lui non lo sapeva

e lui non lo sapeva.

Antenòr lo guardò cadere

sentì dire: “La colpa è mia”,

sentì dire: “è stato un uomo”

sentì dire: “Fuggi via!”

La giustizia disse bandito

ma un poeta gli avrebbe detto

che era come l’Ebreo errante

come il Batavo maledetto.

Quante volte ci è capitato

di trovarci di fronte a un muro,

quante volte abbiam picchiato

quante volte subìto duro

quante cose nate per sbaglio

quanti sbagli nati per caso

quante volte l’orizzonte

non va oltre il nostro naso.

Quante volte ci sembra piana

mentre sotto gioca d’azzardo

questa vita che ci birilla

come bocce da biliardo,

questa cosa che non sappiamo

questo conto senza gli osti,

questo gioco da giocare

fino in fondo a tutti i costi.

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Argentina

Testo Argentina:

Il treno, ah un treno è sempre così banale se non è un treno

della prateria

o non è un tuo orient express speciale, locomotiva di fantasia.

L’aereo, ah l’aereo è invece alluminio lucente, l’aereo è davvero saltare il

fosso

l’aereo è sempre “The Spirit of Saint Louis”, “Barone Rosso”

e allora ti prende quella voglia di volare che ti fa gridare in un giorno

sfinito

di quando vedi un jumbo decollare e sembra che s’innalzi all’infinito.

E allora, perché non andare in Argentina?

Mollare tutto e andare in Argentina

per vedere com’è fatta l’Argentina.

Il tassista, ah il tassista non perse un istante a dirci che era pure lui

italiano,

gaucho di Sondrio o Varese, ghigna da emigrante, impantanato laggiù lontano.

Poi quelle strade di auto scarburate e quella gente anni 50 già veduta

tuffato in una vita ritrovata, vera e vissuta

come entrare a caso in un portone di fresco, scale e odori abituali

posar la giacca, fare colazione e ritrovarsi in giorni e volti uguali

perché io ci ho già vissuto in Argentina

chissà come mi chiamavo in Argentina

e che vita facevo in Argentina?

Poi un giorno disegnando un labirinto di passi tuoi per quei selciati alieni

ti accorgi con la forza dell’istinto che non son tuoi e tu non gli appartieni

e tutto è invece la dimostrazione di quel poco che a vivere ci è dato

e l’Argentina è solo l’espressione di un’equazione senza risultato

come i posti in cui non si vivrà, come la gente che non incontreremo

tutta la gente che non ci amerà quello che non facciamo e non faremo.

Anche se prendi sempre delle cose, anche se qualche cosa lasci in giro

non sai se è come un seme che dà fiore o polvere che vola ad un respiro.

L’Argentina, l’Argentina, che tensione! Quella Croce del Sud nel cielo terso

la capovolta ambiguità d’Orione e l’orizzonte sembra perverso.

Ma quando ti entra quella nostalgia che prende a volte per il non provato

c’è la notte, oh la notte, e tutto è via allontanato.

E quella che ti aspetta è un’alba uguale che ti si offre come una visione

la stessa del tuo cielo boreale l’alba dolce che dà consolazione.

E allora, com’è tutto uguale in Argentina!

Oppure, chissà com’è fatta l’Argentina

e allora… “Don’t cry for me” Argentina

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Asia

Testo Asia:

Fra i fiori tropicali

fra grida di dolcezza

la lenta lieve brezza scivolava.

E piano poi portava

fischiando fra la rete

l’odore delle sete e della spezia.

 

Leone di Venezia

Leone di San Marco

l’arma cristiana è al varco dell’Oriente

ai porti di ponente

il mare ti ha portato

i carichi di avorio e di broccato.

 

Le vesti dei mercanti

trasudano di ori

tesori immani portano le stive

si affacciano alle rive

le colorate vele

fragranti di garofano e di pepe.

 

Trasudano le schiene

schiantate dal lavoro

son per la terra mirra, l’oro e l’incenso.

Sembra che sia nel vento

su fra la palma somma

il grido del sudore e della gomma.

 

E l’asia par che dorma

ma sta sospesa in aria

l’immensa millenaria sua cultura

i bianchi e la natura

non possono schiacciare

i Buddha, i Chela, gli uomini ed il mare.

 

Leone di San Marco

leone del profeta

ad est di Creta corre il tuo vangelo

si staglia contro il cielo

il tuo simbolo strano

la spada e non il libro hai nella mano.

 

Terra di meraviglie

terra di grazie e mali

di mitici animali da bestiario

s’arriva dai santuari

fin sopra all’alta plancia

il fumo della ganja e dell’incenso.

 

E quel profumo intenso

è rotta di gabbiani

segno di vani simboli divini.

E gli uccelli marini

additano col volo

la strada del Catai per Marco Polo.

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Amerigo

Testo Amerigo:

Probabilmente uscì chiudendo dietro a sé la porta verde.

Qualcuno si era alzato a preparargli in fretta un caffè d’orzo.

Non so se si girò, non era il tipo d’uomo che si perde

in nostalgie da ricchi, e andò per la sua strada senza sforzo.

Quand’io l’ho conosciuto, o inizio a ricordarlo, era già vecchio

o così a me sembrava, ma allora non andavo ancora a scuola

colpiva il cranio raso e un misterioso e strano suo apparecchio

un cinto d’ernia che sembrava una fondina per la pistola

ma quel mattino aveva il viso dei vent’anni senza rughe

e rabbia ed avventura e ancora vaghe idee di socialismo.

Parole dure al padre e dietro tradizione di fame e fughe

e per il suo lavoro, quello che schianta e uccide: il fatalismo.

Ma quel mattino aveva quel sentimento nuovo per casa e madre

e per scacciarlo aveva in corpo il primo vino di una cantina

e già sentiva in faccia l’odore d’olio e mare che fa Le Havre

e già sentiva in bocca l’odore della polvere della mina.

L’America era allora, per me i G.I. di Roosvelt la quinta armata

l’America era Atlantide, l’America era il cuore, era il destino

l’America era Life, sorrisi e denti bianchi su patinata

l’America era il mondo sognante e misterioso di Paperino

l’America era allora per me provincia dolce mondo di pace

perduto un paradiso, malinconia sottile, nevrosi lenta

e Gunga-Din e Ringo, gli eroi di Casablanca e di Fort Apache

un sogno lungo il suono continuo e ossessivo che fa il Limentra.

Non so come la vide quando la nave offrì New York vicino

dei grattacieli il bosco, città di feci e strade, urla, castello!

E Pàvana un ricordo lasciata tra i castagni dell’Appennino

l’inglese un suono strano che lo feriva al cuore come un coltello

e fu lavoro e sangue, e fu fatica uguale mattino e sera

per anni da prigione, di birra e di puttane, di giorni duri

di negri ed irlandesi, polacchi ed italiani, nella miniera

sudore d’antracite, in Pennsylvania, Arkansas, Tex, Missouri.

Tornò come fan molti, due soldi e giovinezza ormai finita.

L’America era un angolo, l’America era un’ombra nebbia sottile

l’America era un’ernia, un gioco di quei tanti che fa la vita

e dire boss per capo, e ton per tonnellata, raif per fucile.

Quand’io l’ho conosciuto, o inizio a ricordarlo, era già vecchio

sprezzante con i giovani, gli scivolavo accanto senza afferrarlo

e non capivo che quell’uomo era il mio volto, era il mio specchio

finché non verrà il tempo in faccia a tutto il mondo per rincontrarlo.

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Al trist

Testo Al trist:

A-m sun desdee stamateina

l’è primavera ma al piov.

A-n poss purteret fora anch s-l’lè dmanga

perché a-n-g’ho menga al vsti nov.

A-gh’era too peder su l’öss

a-l m’ha dmandee quand a-te spos.

Me ca fag fadiga a magner per me

peinsa mò bein c’sag-s foss in doo.

E quand l’è gnuda too medra

a-g’ho dmandèe in do t’eret te.

La m’à rispost el’è andeda via

con un ch’al gh’à piò sold che me.

E me a sun ché in mez a la streda

seinza saveir c’sa posia fer.

L’è brott daboun ster a la dmanga

a bsaca voda e seinza te.

E intant a-m piòv sovra a la testa

e a-sun tot moi comm un pulzein.

A-sun da sol d-long a la streda

e a-zigh daboun comm un putein.

L’è premavera in dal lunari

ma a-per ch’l’inveren sia turnee.

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Addio

Testo Addio:

Nell’anno 99 di nostra vita

io Francesco Guccini, eterno studente

perché la materia di studio sarebbe infinita

e soprattutto perché so di non sapere niente

io, chierico vagante, bandito di strada

io, non artista, solo piccolo baccelliere

perché, per colpa d’altri, vada come vada

a volte mi vergogno di fare il mio mestiere

 

Io dico addio a tutte le vostre cazzate infinite

riflettori e paillettes delle televisioni

alle urla scomposte di politicanti professionisti

a quelle vostre glorie vuote da coglioni.

E dico addio al mondo inventato del villaggio globale

alle diete per mantenersi in forma smagliante

a chi parla sempre di un futuro trionfale

e ad ogni impresa di questo secolo trionfante

alle magie di moda delle religioni orientali

che da noi nascondono soltanto vuoti di pensiero

ai personaggi cicaleggianti dei talk-show

che squittiscono ad ogni ora un nuovo vero

alle futilità pettegole sui calciatori miliardari

alle loro modelle senza umanità

alle sempiterne belle in gara sui calendari

a chi dimentica o ignora l’umiltà.

 

Io figlio d’una casalinga e di un impiegato

cresciuto fra i saggi ignoranti di montagna

che sapevano Dante a memoria e improvvisavano di poesia

io, tirato su a castagne ed ad erba spagna

io, sempre un momento fa campagnolo inurbato

due soldi d’elementari ed uno d’università

ma sempre il pensiero a quel paese mai scordato

dove ritrovo anche oggi quattro soldi di civiltà.

Io dico addio a chi si nasconde con protervia dietro a un dito

a chi non sceglie, non prende parte, non si sbilancia

o sceglie a caso per i tiramenti del momento

curando però sempre di riempirsi la pancia

e dico addio alle commedie tragiche dei sepolcri imbiancati

ai ceroni ed ai parrucchini per signore

alle lampade e tinture degli eterni non invecchiati

al mondo fatto di ruffiani e di puttane a ore

a chi si dichiara di sinistra e democratico

però è amico di tutti perché non si sa mai

e poi anche chi è di destra ha i suoi pregi e gli è simpatico

ed è anche fondamentalista per evitare guai

a questo orizzonte di affaristi e d’imbroglioni

fatto di nebbia, pieno di sembrare

ricolmo di nani, ballerine e canzoni

di lotterie, l’unica fede il cui sperare.

 

Nell’anno 99 di nostra vita

io, giullare da niente, ma indignato

anch’io qui canto con parola sfinita

con un ruggito che diventa belato

ma a te dedico queste parole da poco

che sottendono solo un vizio antico

sperando però che tu non le prenda come un gioco

tu, ipocrita uditore, mio simile,

mio amico.

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Acque

Testo Acque:

L’acqua che passa fra il fango di certi canali

tra ratti sapienti e pneumatici e ruggine e vetri

chissà se è la stessa lucente di sole o fanali

che guardo oleosa passare rinchiusa in tre metri.

Si può stare ore a cercare se c’è in qualche fosso

quell’acqua bevuta di sete o che lava te stesso

o se c’è nel suo correre un segno od un suo filo rosso

che leghi un qualcosa a qualcosa, un pensiero a un riflesso.

Ma l’acqua gira e passa e non sa dirmi niente di gente, me, o di quest’aria

bassa

ottusa e indifferente cammina e corre via, lascia una scia e non gliene frega

niente.

E cade su me che la prendo e la sento filtrare

leggera infeltrisce i vestiti e intristisce i giardini

portandomi odore d’ozono, giocando a danzare

proietta ricordi sfiniti di vecchi bambini

colpendo implacabile il tetto di lunghi vagoni

destando annoiato interesse negli occhi di un gatto

coprendo col proprio scrosciare lo spacco dei tuoni

che restano appesi un momento nel cielo distratto.

E l’acqua passa e gira e colora e poi stinge, cos’è che mi respinge e che

m’attira?

Acqua come sudore, acqua fetida e chiara, amara, senza gusto né colore.

Ma l’acqua gira e passa e non sa dirmi niente di gente, me, o di quest’aria

bassa

ottusa e indifferente cammina e corre via, lascia una scia e non gliene frega

niente.

E mormora e urla, sussurra, ti parla, ti schianta

evapora in nuvole cupe rigonfie di nero

e cade e rimbalza e si muta in persona od in pianta

diventa di terra, di vento, di sangue e pensiero.

Ma a volte vorresti mangiarla o sentirci dentro

un sasso che l’apre, che affonda e sparisce e non sente

vorresti scavarla, afferrarla, lo senti che è il centro

di questo ingranaggio continuo, confuso e vivente.

Acque del mondo intorno, di pozzanghere e pianto, di me che canto al limite del

giorno

fra il buio e la paura del tempo e del destino, freddo assassino della notte

scura.

Ma l’acqua gira e passa e non sa dirmi niente di gente, me, o di quest’aria

bassa

ottusa e indifferente cammina e corre via lascia una scia e non gliene frega

niente.

Guarda il video di Acque:

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